Michele La Ginestra: il teatro fatto di emozioni, comunicazione tra le persone e solidarietà

A marzo riporterà in scena al Teatro Sistina, dopo 20 anni, il suo indimenticabile “Rugantino”. A dicembre indosserà l’abito di don Michele in “Canonico”, la prima fiction originale realizzata da TV 2000. Intanto nel 2022 compirà 25 anni il Teatro 7, di cui è direttore artistico e fondatore, che non è solo un riferimento culturale per Roma ma anche un luogo di formazione, con i suoi laboratori teatrali, e di solidarietà, grazie a un progetto aperto a decine di associazioni di volontariato. Michele La Ginestra si racconta al magazine di Maximo.

Attore di cinema, teatro e televisione, ma anche direttore del Teatro 7 e formatore: molte anime per un solo Michele, a quale tra queste è affezionato?

Michele è un insieme di sfaccettature, a me piace dire che sono nato da un palcoscenico e mi piacerebbe finire gli ultimi giorni della mia vita su un palco, perché il teatro ti permette di avere delle emozioni ogni volta diverse nel rapporto con gli spettatori. La tv, di contro, ti permette di raggiungere un vasto pubblico e quindi, se hai qualcosa di interessante da dire, ti rende più facile la comunicazione, così come il cinema… però il teatro ti permette di entrare in contatto diretto con le persone. Da formatore, inoltre, dico che attraverso l’attività dei laboratori teatrali, hai la possibilità di scambiare con gli altri delle sensazioni, di uscire allo scoperto, di usare tutti i mezzi che il teatro ci dà per comunicare con i tuoi compagni di viaggio e gli spettatori. Perciò io scelgo di essere teatrante tutta la vita.

Il teatro ha vissuto e sta vivendo momenti complessi, come è trascorso questo periodo di chiusura per Michele come artista ma anche come direttore del Teatro 7?

È stato un periodo molto difficile perché sentivo su di me una grossa responsabilità, quella dei dieci dipendenti a tempo indeterminato che lavorano al Teatro 7, dei dieci docenti a cui dovevo rendere conto… Perciò l’ho vissuto cercando degli escamotages per poter andare avanti. Siamo riusciti a fare le lezioni dei laboratori online, che sono andate bene. Io sono stato molto fortunato perché ho avuto la possibilità di condurre due trasmissioni per TV 2000, di girare una fiction… Però il teatro mancava e abbiamo fatto di tutto per avere uno spazio a disposizione all’aperto, l’estate scorsa: è stato completamente antieconomico, però ha ridato vita al comparto, non solo per chi è tornato a lavorare dietro e sul palco, ma anche per gli spettatori, per chi gode del piacere di poter vedere uno spettacolo dal vivo.

Quali sono le criticità attuali per la ripresa del teatro in sala?

Bisogna far capire alle persone che il teatro è uno dei posti più sicuri che si possa frequentare, innanzitutto perché siamo tenuti al rispetto di una normativa che ci permette di fare entrare soltanto persone munite di green pass. Poi al Teatro 7 abbiamo comprato una macchina per l’ozonizzazione dell’aria con cui sanifichiamo ogni giorno gli spazi. Abbiamo un altro enorme macchinario che immette aria purificata da una lampada UV, un controllo all’ingresso per quanto riguarda la febbre, e tutte le persone devono indossare la mascherina. Insomma, è un posto sicurissimo. Nonostante questo dobbiamo fare i salti mortali per convincere il pubblico a tornare, che si può stare l’uno a contatto con l’altro, senza alcun pericolo. Piano piano ci stiamo riuscendo ma proprio grazie ad una enorme attività di promozione e alla nostra attività preventiva. Sarà una lenta risalita, ma vedo la luce.

È in uscita “Canonico”, la prima serie originale di TV 2000, di cui è protagonista: ce ne vuole parlare?

“Canonico” è una fiction molto ben girata, con tutti attori bravi. C’è la partecipazione di Fabio Ferrari, che è un amico, e mi dà il conforto dell’esperienza, ma anche tutti gli altri protagonisti, forse meno conosciuti, sono bravissimi. È stata girata in tempi strettissimi ma con qualità alta. Parla di un sacerdote nella sua quotidianità, con le sue debolezze, le sue difficoltà. Perciò, in chiave sempre brillante, affrontiamo tematiche anche importanti: i sacerdoti non sono supereroi, hanno mille difficoltà da superare, soprattutto se vogliono mettersi in relazione con gli altri e riportare una fede viva e attiva nella vita della propria comunità. Credo sia un bel prodotto che, nonostante le difficoltà, siamo riusciti a portare a casa, secondo me, ad altissimi livelli. Bravo il regista Peppe Toia, bravo il direttore della fotografia Filippo Genovese, brava TV 2000 che ci ha creduto.

Teatro 7 Solidarietà, una bellissima iniziativa che ha a cuore chi soffre. Cosa fa e soprattutto cosa può fare il pubblico per contribuire?

Teatro 7 ha una OdV, un’organizzazione di volontariato, ufficialmente riconosciuta, che si occupa di solidarietà. Ho scoperto quanto fosse importante avere un palcoscenico a disposizione per sensibilizzare le persone nel raccogliere fondi e comunicare dei messaggi. Ho pensato quindi fosse giusto mettere a disposizione di altre associazioni questa opportunità di teatro solidarietà, perciò adesso collaboriamo con una sessantina di associazioni di volontariato che sfruttano questa possibilità attraverso i nostri spettacoli. Del biglietto recuperiamo soltanto quello che copre le spese e mettiamo l’utile a disposizione delle singole associazioni, poi diamo voce alle loro mission e facciamo conoscere e sensibilizziamo le persone sulle tematiche sociali. Io penso il teatro abbia proprio come scopo quello di comunicare qualcosa allo spettatore, se riusciamo perfino ad unirlo alla solidarietà penso sia una iniziativa bellissima. Con il nostro teatro solidale abbiamo costruito in Mozambico due scuole e un dormitorio, abbiamo adottato una missione e portiamo avanti tanti progetti specifici anche in Italia. Ad esempio, per la Comunità di Sant’Egidio abbiamo comprato delle attrezzature sportive quando c’era da costruire dal nulla un centro per immigrati, oppure ci diamo da fare per il sostegno economico alla Caritas, a tanti altri progetti puntuali. C’è tanto da fare e molto altro si può fare, se il pubblico ci sostiene venendo a vedere questi spettacoli, con la consapevolezza che una parte degli incassi viene devoluta per progetti solidali.

Tanti ruoli, in teatro, in tv e al cinema. Quale personaggio ha amato di più e quale ancora non ha interpretato?

I personaggi che ho amato di più in teatro sono tre. Uno appartiene allo spettacolo “Radice di 2”, che porto in scena da anni insieme a Edy Angelillo; l’altro è uno dei due centurioni dello spettacolo “Come Cristo comanda”, che ho scritto e che porto in scena insieme a Massimo Wertmüller; il terzo è “Rugantino”, che è il sogno della mia vita che si è realizzato. In tv ho recitato in alcune fiction ma forse un personaggio che mi è piaciuto portare in scena è stato quello della conduzione da attore, infatti interpretavo anche vari monologhi, de “I magnifici sette” per TV 2000: il tema erano i Sacramenti, una sfida non indifferente parlarne in tv e utilizzare il teatro per comunicare la forza magnifica di questi gesti che diventano sacri proprio nel rapporto con il Signore e con l’azione dello Spirito. Credo sia stata una sfida vinta. Sono molto soddisfatto di ciò che ho fatto fino ad oggi, mi piace ora l’idea di poter tornare ad indossare i panni di Rugantino, a marzo 2022 al Teatro Sistina. È davvero una grande soddisfazione e sono curiosissimo di vedere dopo venti anni, con più esperienza maturata e forse con un fisico meno atletico, che cosa posso portare di nuovo al personaggio.

Visti gli effetti della pandemia sul mondo della cultura e dell’arte, quale è secondo lei la chiave per far ripartire questo settore così importante?

Bisognerebbe aiutare i teatri incentivando le persone ad andare agli spettacoli. Ad esempio con contributi sui costi degli abbonamenti o cercando di non  gravare i teatri di tasse e gabelle. Non c’è bisogno di regalare soldi, basta fare in modo che non ci siano delle formalità da seguire per portare a casa un risultato bellissimo quale è quello di un teatro aperto. Dico questo perché noi abbiamo aperto un nuovo teatro, il Teatro 7 Off in Monte Sacro a Roma, un lavoro pauroso tutto fatto sulle nostre forze, senza ricevere alcun sostegno, ma addirittura combattendo contro la burocrazia che ci ha messo mille bastoni tra le ruote. Insomma, non chiediamo soldi, ma di essere sgravati da troppi costi, ed un aiuto per spingere le persone a frequentare i luoghi della cultura.

 

 

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