“Guardo il mondo con gli occhi di un bambino”: Gianluca Falletta e l’arte di creare parchi a tema, entertainment e grandi show

Gianluca Falletta è un creativo italiano, specializzato nel mondo dell’entertainment. Dopo aver lavorato presso Filmmaster Events, una delle più importanti agenzie di eventi al mondo, Gianluca ha creato giostre e parchi di divertimento a livello internazionale e ha partecipato allo start-up di nuovissimi parchi italiani. È fondatore di Satyrnet – il primo portale geek italiano e ha partecipato alla produzione del Festival del Fumetto di Romics, Gaming e Cartoon Days e ora collabora con i principali festival italiani quali LuccaComics & Games, Milano Cartoomics e Napoli Comicon. È anche considerato “il papà del Cosplay italiano”  per avere promosso nel nostro paese il fenomeno made in Japan. È stato finalista di Italia’s Got Talent 2019, dove ha incantato il pubblico e i giudici con le performance artistiche e tecnologiche. Nel suo affascinante  lavoro cerca sempre di unire i concetti di narrazione e creatività con l’esigenza di offrire esperienze innovative e immersive per il pubblico. Ci ha raccontato alcuni segreti della sua arte.

Che mestiere è quello dell’imagineer?

La parola Imagineer descrive la figura di un sognatore, ma con le basi solide e l’attenzione minuziosa di un tecnico. Questo termine, reso celebre dalla Walt Disney riferendosi a creativi dei suoi parchi a tema, nasce dalla crasi di Imagination e Engineering, vale a dire immaginazione e ingegneria. Chi fa questo lavoro è certamente un creativo ma anche un puntiglioso progettista in grado di trasferire la propria fantasia in un mondo tangibile. Chi fa questo mestiere ha la fortuna di vivere in un ambiente interdisciplinare e appassionante, dove tutte le varie arti finiscono per fondersi tra loro con il solo obiettivo di creare emozioni.

Come è arrivato in Italia il fenomeno del Cosplay e come si sta sviluppando?

Ho avuto l’onore di accompagnare Il Cosplay Italiano sin dai suoi primi, timidi, passi, sul finire degli anni ’90. Composto inizialmente da poche decine di persone in tutto il territorio (avevo un taccuino con tutti i numeri di telefono!) – armati di carta vinilica, cartoncino e tanta tanta immaginazione per ricreare i propri beniamini animati – ora conta decine di migliaia di creativi eccezionali in tutta Italia. Da fenomeno per “pochi” simpatizzanti, grazie ai primi forum e alla nascita dei grandi eventi di settore, il Cosplay si è evoluto trasformandosi in un vero e proprio movimento artistico “di massa” in cui al concetto iniziale di “nerd” si è sostituito, man mano, a quello di Influencer. Stilisti, art director, prop maker, set designer, ora i grandi cosplayer italiani, famosi in tutto il mondo, sono diventati essi stessi i testimonial “in carne e ossa” dei personaggi finzionali da cui prendevano ispirazione contribuendo in via ufficiale alla diffusione dei vari prodotti (film, videogiochi, serie tv, fumetti e animazione).

Cosa non deve mancare in un parco divertimenti contemporaneo? Qualche esempio tratto da quelli che hai contribuito a progettare?

Nel territorio romano ho aiutato, con il mio pensiero e un pizzico di magico storytelling, alla creazione di Cinecittà World e della rinascita del Luneur Park. Quello che ho cercato di dare alle due strutture è una narrazione coerente e immersiva che colleghi le varie attrazioni, negozi, ristoranti trasformandoli in “capitoli” di un experience condivisa. Quello che non può mancare in un amusement o in un theme park è dunque la coerenza espressiva fatta di storie, colori, musiche, effetti speciali, menu ed emozioni che travalicano l’antico concetto di fruizione delle “giostre” come singole entità del divertimento ma che ne esaltino proprio il valore esperienziale e memorabile.

La narrazione è al centro del tuo lavoro. Quali sono gli ingredienti per renderla vincente?

L’ingrediente è solo uno: non essere autoreferenziali. Io non sono “un’artista” ma amo definirmi come “artigiano delle emozioni”: questo vuol dire che non creo mai “per me stesso” ma esclusivamente per fornire bei ricordi agli altri. Per creare una buona narrazione è giusto immedesimarsi in chi la leggerà / vedrà / proverà / giocherà, abbandonando i propri stereotipi culturali per avvicinarsi effettivamente a quelli del proprio pubblico. “Guardare il mondo con gli occhi di un bambino”: questa frase per me ha un valore profondo. Nel mio lavoro, devo sempre tenere a mente che ciò che piace “a Gianluca” è spesso totalmente inutile alla creazione di un’idea, piuttosto “mi abbasso a un metro da terra” e cerco di scrutare ciò che mi circonda “dall’altezza giusta”, con l’umiltà che serve a ricordarmi che c’è sempre qualcosa da imparare, soprattutto dal sorriso di un bambino, per realizzare emozioni che possano rimanere nel cuore.

A Italia’s Got Talent 2019 hai commosso Federica Pellegrini con l’omaggio di una performance artistico-visiva molto emozionante. Da dove è nata l’idea e quanto tempo c’è voluto per realizzarla?

Il mio lavoro è raccontare storie, spesso attraverso la tecnologia. La performance che ho realizzato su Federica Pellegrini è un video-mapping, un sistema di proiezione che ha già il suo tempo e che avevo già utilizzato a Roma su monumenti (il Colosseo), che nei parchi (come l’Inferno di Cinecittà World). Quindi la tecnologia è stata solo il “mezzo” con cui dipingere una storia: un quadro animato che ha avuto in Federica Pellegrini sia la musa ispiratrice che la “tela” su cui sviluppare, a livello emozionale, il riassunto della sua leggenda. Questa è stata la scintilla che mi ha spinto a partecipare a Italia’s Got Talent, volermi mettere alla prova con una “Dea in carne ossa”, non un racconto di fantasia a cui ero abituato: una “divina” atleta reale che ha da decenni entusiasmato l’Italia con i suoi successi. Per la creazione? Circa un mese tra studio del personaggio, ricerca di immagini di repertorio suggestive, produzione esecutiva e, soprattutto, sound design.

La realtà aumentata è una strada praticabile per gli eventi nel prossimo futuro?

La realtà aumentata ha un problema, ha necessità di un mezzo: lo smartphone o i nuovi occhiali digitali in produzione, sono sempre e comunque un “muro” fisico tra gli occhi e la realtà digitale. Per questo il futuro risiede in altri tipi di immersività digitali, ibridati, multimediali e, soprattutto, multisensoriali. Non solo la vista, anche tatto, olfatto, gusto e udito devono essere protagonisti di queste nuove experience digitali “totalizzanti” che, come il famoso Ponte Ologrammi di Star Trek, possano portare gli ospiti in un viaggio emozionante muovendosi, magari, solo per pochi passi. Questa non è fantascienza, ho la fortuna di aver creato in giro per il mondo molte di queste installazioni realizzando, mio malgrado, quel “wow effect” dell’inaspettato che ha saputo strappare qualche sorriso, qualche lacrima e qualche applauso. Senza mai dimenticare di non essere mai tecnocrati ma saper dosare la tecnologia giusta per realizzare l’emozione giusta.

I centri commerciali negli ultimi anni sono diventati luoghi per eventi sempre più importanti. Pensi che dopo lo stop causato dalla pandemia potranno esserci anche nuove forme di intrattenimento e socializzazione con al centro i grandi mall?

La pandemia ha riscritto il paradigma con cui si fruivano i mall e, più in generale, la propria quotidianità. Sicuramente, in tutto il mondo, il comparto dei centro commerciali si sta evolvendo, superando il concetto di “market place” a quello di “market experience”. Tutto quello che ho cercato di raccontarvi nelle precedenti risposte si sta, in questo momento di “rinascimento sociale”, concentrando nel settore dei Centri Commerciali che, prendendo spunto dai grandi parchi divertimento, vogliono regalare al proprio pubblico una vera e propria esperienza di visita diffusa da vivere e condividere con tutta la famiglia. Non più playground per “lasciare i più piccoli” ma vere e proprie attrazioni immersive, che diventano “motivi di visita” del mall, oltre che per la fruizione di negozi superando gli stilemi precedenti che distinguevano nettamente i due mondi.

Dai l’impressione di essere una persona che ha trasformato le sue passioni in lavoro e che si diverte molto in tutto ciò che fa. Hai scoperto forse il segreto della felicità?

Io amo quello che faccio! Anzi, sono solito dire che sono tra gli uomini più fortunati del pianeta perché ho avuto la fortuna di poter realizzare, letteralmente, i miei sogni da bambino (in effetti molte delle attrazioni che ho creato sono realmente tratte da sogni notturni!). Purtroppo come per ogni cosa c’è anche il rovescio della medaglia. Avendo la fortuna di vivere “da e per” le mie passioni, ho dimenticato il concetto di “tempo libero” e dunque di fruizione spontanea e spensierata di ciò che mi piace: per far divertire bisogna accantonare il proprio divertimento fino, spesso, ad escluderlo dalla propria esistenza. “Noi lavoriamo quando e dove gli altri si divertono”: non esiste nulla di più entusiasmante, difficile, appagante e avvolgente di regalare emozioni e, a costo di rinunciare a qualche momento di svago personale, non potrei e non saprei vivere altrimenti. Chi ha voglia di scoprire un po’ le mie follie e perdersi nelle emozioni che ho avuto la fortuna di creare, lo invito a visitare il sito www.gianlucafalletta.com.

 

 

 

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